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The Journal

Cultura, Cinema & Creatività!

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Non so voi, ma io adoro andare al cinema completamente impreparata.

Zero trailer, zero recensioni, zero “devi assolutamente vederlo, è stupendo”.

Voglio che il film mi sorprenda, mi scuota, mi faccia dubitare delle mie stesse emozioni. Voglio quel momento in cui ti siedi, le luci si spengono, e pensi: “Ok, portami dove vuoi.”


A volte incontro registi sconosciuti, volti mai visti, nomi che potrei facilmente scambiare per password Wi-Fi, eppure - eccolo lì - quel piccolo brivido di curiosità.

Perché conoscere qualcosa di nuovo, per me, è come scoprire una stanza segreta dentro una casa che credevi di conoscere a memoria.


Certo, ritrovarsi è bello. Ma perdersi… perdersi in una pellicola completamente estranea è qualcosa di più grande. È un atto di fiducia.

E il cinema, come la vita, è un atto di fiducia pieno di contraddizioni: gioia, dolore, caos, e quel filo sottilissimo che li tiene insieme.


È con questa consapevolezza che il 28 settembre mi sono recata al cinema. Qualche ora prima di entrare in sala, avevo già pianto. Perché quello che sono andata a vedere era un film che non conoscevo, ma che non potevo ignorare, e di cui a grandi linee sapevo la trama.

Perché Hind Rajab non è mai stata solo un personaggio: era una persona, una bambina di cinque anni, nata nel momento sbagliato, nel luogo sbagliato del pianeta Terra.



C’è qualcosa di disarmante nel pensare a quanto il destino sia un fatto geografico.

Alcuni nascono in un quartiere con più caffetterie che ospedali, altri in un posto dove i carri armati sparano ai finestrini.

E noi, seduti sulle nostre comode poltrone rosse, proviamo a capire come tutto questo possa esistere nello stesso mondo.


La voce di Hind Rajab (The Voice of Hind Rajab) è diretto da Kaouther Ben Hania, la regista tunisina già candidata all’Oscar per L’uomo che vendette la sua pelle.

La sua mano è delicata e chirurgica allo stesso tempo - come se sapesse che raccontare la realtà è un atto di equilibrio tra dolore e dignità.


Il film ripercorre le ultime ore di Hind, una bambina palestinese intrappolata in un’auto dopo che la sua famiglia è stata colpita durante i bombardamenti a Gaza, il 29 gennaio 2024.

Gli operatori della Mezzaluna Rossa Palestinese riescono a mettersi in contatto con lei: la chiamata dura ore.

Sentiamo Hind parlare, piangere, chiedere aiuto, pregare.


Ben Hania ha deciso di non ricreare quella voce, ma di usare l’audio autentico della registrazione della telefonata.

Gli attori - tra cui Saja Kilani, Clara Khoury, Motaz Malhees e Amer Hlehel - non avevano ascoltato l’audio completo prima delle riprese: lo sentivano in cuffia, durante le scene, lasciando che il reale si infiltrasse nelle loro espressioni.

È una scelta che trasforma la recitazione in qualcosa di quasi medianico: non stanno interpretando, stanno ascoltando.



E noi, di riflesso, ascoltiamo con loro.

Non vediamo la morte, ma la sentiamo respirare tra le pause.


Alla Mostra del Cinema di Venezia, la proiezione è stata seguita da ventiquattro minuti di applausi.

Ventiquattro. Minuti.

È un’eternità, anche per Venezia.

Ma nessuno riusciva ad alzarsi: sembrava che avessero tutti bisogno di restare lì, fermi, a condividere lo stesso nodo alla gola.

Come se applaudire fosse l’unico modo per dire non siamo sordi, Hind, ti abbiamo sentita.


Il film ha conquistato il Gran Premio della Giuria, ed è già candidato come miglior film internazionale agli Oscar 2026.

Dietro la produzione ci sono nomi come Brad Pitt, Rooney Mara, Alfonso Cuarón, Joaquin Phoenix e Jonathan Glazer - nomi che, in un certo senso, hanno deciso di prestare la loro voce a chi non ne ha più una.



Hind Rajab è morta.

A Gaza, oggi, centinaia di migliaia di bambini stanno soffrendo, morendo, mentre il mondo guarda altrove.

La loro voce urla dentro le nostre coscienze, e il silenzio non è più accettabile. Il cinema ci ha mostrato una realtà crudele e ignorare questa sofferenza è complicità.

Se restiamo fermi, se scegliamo di non sentire, siamo parte della tragedia.

E ogni giorno, ogni scelta, ci ricorda che l’umanità non è un lusso: è una responsabilità.


Bianca curates and writes for The Olive Press, a space for reflections on cinema, culture, and landscape born within Il Giardino di Cristina.

All images featured in this article are the property of their respective copyright holders. They are used here for informational and editorial purposes only, in the context of cultural commentary and non-commercial promotion. No copyright infringement is intended.



I semi della violenza si piantano nel silenzio, nel vuoto, nell’assenza. Non li vedi crescere, ma quando li noti, è già tardi.


Nelle ultime settimane, e in particolare dopo l’attacco degli Stati Uniti contro l’Iran di questa notte, il mondo si è risvegliato con il cuore contratto. Il rischio di escalation è reale. La fragilità geopolitica ha ormai confini liquidi, e la guerra - quella vera - sembra tornata a bussare, prepotente, alle porte dell’Europa. Ma mentre guardiamo ai fronti militari, ai missili e alle strategie, dimentichiamo spesso l’altro campo di battaglia, più silenzioso, più sottile: quello della radicalizzazione.


Ogni guerra “fuori” rischia di risvegliare piccole guerre dentro, nei paesi apparentemente lontani, ma psicologicamente esposti. E non si tratta solo di geopolitica, ma di narrative, identità, appartenenze.


Radicalizzarsi non significa semplicemente “diventare estremisti”. È spesso un processo lento, vischioso, fatto di ferite identitarie, solitudini ignorate, fallimenti interpretati come ingiustizie. Nelle case in ombra, nei salotti dove regna il silenzio, nelle famiglie frammentate, può spesso cominciare quel vuoto che poi si espande.


Ma l’altro luogo dove la radicalizzazione cresce in silenzio è molto più vicino a noi: è la rete.


Qui, l’estremismo si fa virale. Alcune delle principali reti jihadiste (ma anche neofasciste, suprematiste bianche, etc.) operano con una sofisticazione digitale sorprendente: video montati con musica epica, storytelling accattivanti, account che sembrano innocui. Il linguaggio è giovane, familiare. La radicalizzazione oggi ha filtri Instagram e hashtag.


E, peggio ancora, gli algoritmi aiutano. Chi inizia cercando un video religioso può finire, nel giro di pochi clic, a guardare la glorificazione del martirio o teorie del complotto sull’Occidente “corrotto”. Basta un link criptato su Telegram per varcare il confine.


In alcuni paesi colpiti dagli attentati - come Francia, Belgio, Regno Unito - sono nati centri di deradicalizzazione, con risultati alterni. Alcuni hanno fallito, trasformandosi in dormitori sorvegliati. Altri, però, sono diventati laboratori umani dove ex estremisti raccontano la propria caduta e risalita, generando testimonianze che funzionano più di mille sermoni.


A livello sovranazionale, l’Unione Europea ha avviato strumenti importanti per prevenire la radicalizzazione e contrastare la propaganda terroristica online. Dal 2022 è in vigore un regolamento che impone la rimozione entro un’ora di contenuti terroristici dai servizi di hosting digitali, anche in live streaming. Inoltre, l’UE ha creato unità specifiche - come l’Internet Referral Unit di Europol - per monitorare contenuti estremisti e supportare gli Stati membri. Esistono reti di sensibilizzazione con migliaia di operatori in prima linea, dal personale carcerario agli insegnanti, per condividere buone pratiche e comprendere le fragilità che rendono le persone vulnerabili al radicalismo. Anche il Forum dell’UE su Internet lavora per intercettare i nuovi modi in cui l’estremismo si evolve online. Perché il terrorismo non nasce solo nei deserti del Medio Oriente: spesso si forma nel vuoto delle nostre democrazie digitali.


Disinnescare l’estremismo significa offrire alternative narrative. Significa educare all’ambiguità, alla complessità, alla bellezza della non semplificazione. Significa, come società, imparare ad ascoltare le fratture identitarie prima che diventino ferite politiche. Perché chi cade nell’odio non è sempre un mostro. Spesso è un figlio, un compagno di scuola, un ragazzo che non ha trovato altro luogo in cui sentirsi parte.


Il compito - nostro, come artisti, intellettuali, cittadini - è coltivare una resistenza fatta di pensiero, poesia, accoglienza e immaginazione. Ma non basta più solo creare bellezza: serve anche presenza, responsabilità, visione. Dobbiamo sporcarci le mani, abitare gli spazi educativi, presidiare il dibattito pubblico, monitorare le azioni dei nostri parlamentari e rappresentanti politici.

In un’epoca in cui tutto grida vendetta, servono voci capaci di disinnescare l’odio e non di alimentarlo.


Per approfondire:


Bianca curates and writes for The Olive Press, a space for reflections on cinema, culture, and landscape born within Il Giardino di Cristina.

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Il Papa è morto la mattina del 21 aprile 2025.


Quel giorno mi sono alzata verso le 9, con addosso una sensazione che non voleva scrollarmisi di dosso. Come se qualcosa fosse fuori posto.

Ogni mattina accendo il telegiornale mentre preparo il caffè. Quella mattina, sullo schermo, in grandi caratteri rossi, leggo: “Papa Francesco è morto”.

E un po’ ho avuto una stretta al cuore, nonostante la mia fede oggi sia quanto mai in bilico, nonostante la Chiesa mi abbia sempre suscitato sentimenti contrastanti. La morte di un Papa… dovrebbe toccarmi?


Beh, se sei italiana e vivi in Italia, sì. E non è solo una questione di fede.

È una questione culturale, simbolica, quasi viscerale. È qualcosa che ti attraversa.

Il mio paese era in lutto, e in quel lutto c’ero anche io.

Ma mentre ascoltavo le voci ovattate della cronaca vaticana, mi sono accorta che mi vibravano le orecchie. Sentivo il suono dei violini di Volker Bertelmann. Vedevo le tuniche rosse dei cardinali agitarsi nervosamente per le stanze del Vaticano. Ascoltavo sussurri. Osservavo sguardi.


Conclave (2024) Source: IMDb
Conclave (2024) Source: IMDb

Il cinema ha questa capacità: ti resta addosso. Ti prepara, talvolta, all’impensabile.

Conclave, diretto da Edward Berger e uscito nel 2024, mi era rimasto impresso quasi nelle papille gustative.


Adattamento dell’omonimo romanzo dello scrittore britannico Robert Harris, Conclave ha vinto il premio Oscar per la Miglior sceneggiatura non originale nel 2025.

In Italia è arrivato nelle sale a metà dicembre, proprio quando le condizioni di salute del Papa cominciavano a destare preoccupazione. Una coincidenza? Forse. Ma il tempismo ha reso la visione del film un’esperienza quasi profetica.


Nel cast: Ralph Fiennes, Stanley Tucci, John Lithgow, Sergio Castellitto e Isabella Rossellini.

Ognuno con un ruolo enigmatico, simbolico, potente. Ognuno a incarnare una visione diversa della Chiesa: i progressisti, i conservatori, i moderati.

Il conclave è un rito, ma anche una danza. E sopratutto: una guerra.

La strategia è tutto. Il segreto è l’ossatura.

Il cardinale decano Thomas Lawrence, interpretato da Fiennes, guida la narrazione in un crescendo di tensione e ambiguità.


Girato tra Cinecittà, Roma, e location italiane come la Reggia di Caserta e il Palazzo dei Congressi all’EUR, Conclave riesce a ricreare l’atmosfera sospesa e ieratica del Vaticano.

Le luci di Stéphane Fontaine disegnano ombre che sembrano scrutare. La scenografia di Suzie Davis avvolge, silenziosa, come una seconda pelle.


E poi c’è la musica. Volker Bertelmann ha composto una colonna sonora che pare respirare con i personaggi. 

Un pianoforte preparato, note dissonanti, echi antichi: il suono della clausura e del dubbio.


Il film non racconta solo un’elezione papale. Racconta il potere. Le sue forme, i suoi compromessi, le sue ipocrisie. Racconta anche la fede, quella che resta e quella che si perde.

E lo fa senza proclami, ma con lo sguardo gelido e umano insieme di Berger, già regista di Niente di nuovo sul fronte occidentale.


In un giorno in cui la storia si è scritta dal vero, Conclave è diventato, almeno per me, un’eco visiva e interiore. Un film che non solo ha saputo anticipare la cronaca, ma ha anche saputo raccontarci chi siamo davvero quando il potere ci chiama e la verità si fa opaca.


Da mercoledì, l’area di San Pietro sarà blindata. Roma si stringerà intorno al Vaticano con l’aria sospesa di un giorno di neve. I varchi saranno chiusi, i fedeli in silenziosa attesa. Saranno 133 i cardinali che entreranno nella Cappella Sistina per eleggere il nuovo pontefice. Uomini venuti da 71 paesi del mondo, con in tasca la fede e negli occhi, forse, qualche dubbio.


E noi tutti, fuori, con lo sguardo rivolto verso il comignolo. Aspettando la fumata. Aspettando che la storia accada sotto i nostri occhi.


Mi domando spesso quanto cinema ci sia nella realtà, e quanto realtà ci sia in certi film. Conclave mi ha insegnato che le stanze del potere sono piene di silenzi, strategia e simboli. Che il mistero non è solo narrativa, ma un meccanismo profondamente umano. E adesso quel mistero è qui, tra noi. 


Nel cuore di Roma, sotto gli affreschi di Michelangelo, in un respiro trattenuto che attraversa il mondo intero.


Bianca curates and writes for The Olive Press, a space for reflections on cinema, culture, and landscape born within Il Giardino di Cristina.

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