Quello che non riusciamo a vedere in Rothko
- Bianca Agnelli

- 18 ore fa
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Cosa rende un’opera d’arte un’opera d’arte?
La sua tecnica? Quello che riesce a farmi provare? Il prezzo che raggiunge a un’asta? La quantità di persone che fingono di averla capita?
Traducendo in italiano il libro di Péricles Gasparini Cornici Alternative, Arte o Ribellione?, sono stata costretta a pormi questo esatto tipo di domande. Nella premessa Gasparini si chiedeva non solo quale fosse il valore delle proprie creazioni, ma anche cosa trasformi un oggetto in un’opera e un’opera in qualcosa che meriti di essere tramandato. Quanto di quel valore appartiene all’artista e quanto, invece, allo sguardo che lo riconosce?
Sono domande che mi sono portata dietro e che risuonavano con sorprendente forza davanti alle tele monumentali, imponenti e quasi spaventose, di Mark Rothko.

L’artista nasce per essere incompreso, e su questo non esiste discussione. L’arte migliore è quella che ti fa dubitare di te stessa, o no?
Penso che l’arte più “apprezzabile” sia quella che mi fa provare un vortice allo stomaco. Uno stupore che assomiglia a uno stordimento.
Comunque quando sono arrivata a Palazzo Strozzi, a Firenze, ero mentalmente pronta a farmi stordire: qualsiasi cosa pur di non rimanere indifferente.
Spoiler: davanti alle maestose pennellate gialle, rosse e oscure, forse mi sarei aspettata di provare qualcosa di più.
Ma forse, come dicono alcune donne dall’autostima compromessa, “il problema sono io”.

Eppure Rothko probabilmente avrebbe apprezzato questa reazione. E anzi, forse avrebbe diffidato di quella opposta.
Perché Mark Rothko non voleva che i suoi quadri fossero semplicemente ammirati. Non gli interessava particolarmente che qualcuno pensasse “che bei colori” per poi passare alla sala successiva. Voleva provocare qualcosa di molto più scomodo, una specie di confronto.
Guardando le opere raccolte a Palazzo Strozzi - nella mostra visitabile fino al 23 agosto 2026, con oltre settanta creazioni provenienti da alcuni dei musei più importanti del mondo, dal MoMA al Metropolitan di New York, dalla Tate di Londra al Centre Pompidou di Parigi, che ripercorre praticamente tutta la traiettoria artistica di Rothko, dagli esordi figurativi fino ai grandi campi di colore che lo hanno reso celebre - ho avuto la più vivida realizzazione che il vero soggetto dei suoi quadri non fossero i colori, ma lo spettatore.

Rothko era nato in Lettonia con il nome di Marcus Rothkowitz ed era emigrato negli Stati Uniti da bambino. Nel corso della sua vita aveva attraversato guerre, migrazioni, crisi economiche e cambiamenti culturali enormi. Eppure, invece di dipingere il mondo esterno, ha finito per togliere dalle sue tele quasi tutto: persone, paesaggi, oggetti, storie. Alla fine sono rimasti soltanto colore, luce e silenzio.
Che è una scelta un po’ folle, se ci pensiamo. Come se uno scrittore eliminasse la trama per vedere se il lettore resta comunque.
Rothko nel 1950 visitò Firenze insieme alla moglie Mell e rimase profondamente colpito dagli affreschi di Beato Angelico nel Museo di San Marco e dal Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana progettato da Michelangelo. Palazzo Strozzi ha costruito parte del percorso proprio intorno a questo dialogo inatteso, estendendo la mostra anche a quei luoghi della città che lo avevano segnato così profondamente.
La parte che mi ha colpito di più, però, non è quella mistica che tutti associano a Rothko.
È stata la beffa, lo schiaffo di Rothko. Specialmente me lo immagino rivolto all’élite del Four Seasons di New York. Non tanto perché le sue opere non furono accettate, quanto perché fu lui stesso a ritirarle prima che potessero diventare il sottofondo di qualche cena da mille dollari… Un gesto che trovo elegantemente vendicativo, infinitamente più punk di molte provocazioni contemporanee.
Ho sentito questo nelle sue tele: la trasgressione sfacciata di una superficie dipinta con cura quasi religiosa. Come a dire, vedi un po’ te cosa ci vedi in tutto questo scuro.
Come a dire: se non ci vedi niente, forse quella vuota sei tu.
Forse è anche per questo che Rothko continua a dividere le persone. La sua arte non ti offre appigli, non racconta una storia, non ti suggerisce davvero cosa dovresti provare.
Ti lascia sola in una stanza con te stessa e con un rettangolo giallo grande quanto una parete.
E a quanto pare, per molti di noi, questa è già un’esperienza abbastanza estrema.
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Bianca curates and writes for The Olive Press, a space for reflections on cinema, culture, and landscape born within Il Giardino di Cristina.



